Andrea Gnassi in merito alla vicenda del delfinario parla anche dell’acquisizione del lungomare di Rimini da parte del Comune.

wpid-IMG_4466700104267.jpegLa vicenda relativa al provvedimento giudiziario che ha per oggetto i 4 delfini della struttura di piazzale Boscovich non può che essere letta come una pagina triste per la nostra città, coinvolgendo un’attività storica e riconosciuta non solo del nostro lungomare ma della complessiva offerta turistica riminese. Il sequestro preventivo è stato disposto dal Gip del tribunale di Rimini a seguito di una denuncia del corpo forestale dello Stato alla Procura, per presunti maltrattamenti sugli animali ospitati dalla struttura. L’amministrazione comunale seguirà con attenzione l’iter giudiziario del caso, confidando nel fatto che la Magistratura possa fare completa chiarezza in tempi rapidi. Non nascondiamo la preoccupazione per la salute dei quattro delfini, animali fragili e delicati, che già nelle prossime ore saranno sottoposti ad un viaggio lungo e non previsto.

Sul Delfinario, la cui competenza – è bene ancora una volta ribadirlo – è demaniale e non comunale in questi giorni si è detto tanto. I problemi strutturali hanno ormai radici antiche, che poggiano su stratificazioni, sovrapposizioni, contraddizioni amministrative e normative accumulate in quasi mezzo secolo. Erano gli anni Novanta quando si è cominciato a discutere di un ampliamento, più necessario che auspicato. Problemi che si sono trascinati fino all’entrata in vigore della legge 496 del 2001. Probabilmente se in passato ci si fosse resi conto della situazione, non si sarebbe arrivati a un punto così critico. Non si può adeguare con la sola buona volontà alle normative più recenti una attività così particolare: occorreva che per tempo, ovvero immediatamente dopo l’entrata in vigore della legge, si individuasse una soluzione tecnica e amministrativa fattibile, concordata tra proprietà, Comune, Regione e Stato, visto che tutte le aree pertinenziali al Delfinario sono di proprietà del Demanio e l’Amministrazione su quelle aree non può materialmente e legalmente nulla. Non sta a questa Amministrazione chiedersi perché non si sia fatto tutto ciò per tempo.

Però questa Amministrazione, in carica dal 2011, nonostante l’intrico di competenze e la poca possibilità di manovra, non ha mai mancato di dare l’appoggio alla società che gestisce il Delfinario. Emblematica in questo senso la lettera inviata lo scorso ottobre al Ministero della Salute, nella quale io stesso ho sollecitato il rilascio di una proroga ai concessionari proprio per l’adeguamento della struttura alle normative vigenti.

Questo a dimostrazione che anche la Rimini odierna non vuole perdere un pezzo importante della propria offerta turistica, un simbolo di quella capacità diffusa dei nostri imprenditori che sono riusciti, nel tempo, a dimostrare abilità nel dare impulso al prodotto locale. Per questo motivo gli amministratori e i tecnici comunali sono stati nei mesi scorsi e sono tuttora disponibili ad un confronto aperto per valutare insieme le strade che possano consentire al Delfinario di vivere e di rinnovarsi, pur- come detto sopra- nell’ambito di un discorso più articolato che vede coinvolti direttamente e in prima battuta altri enti pubblici competenti, a partire da Stato e la Regione.

A tale riguardo si attendeva con fiducia l’incontro che ho avuto proprio ieri a Roma con il direttore dell’Agenzia del Demanio per l’acquisizione del Lungomare, un tassello fondamentale per la gestione diretta di una parte strategica della nostra cartolina balneare e per la riqualificazione urbana di una parte pregiata della città. Un incontro dal quale è emersa la possibilità concreta e a breve termine (autunno 2013) di potere contare finalmente e formalmente sulla proprietà di un’area strategica di Rimini, consentendo quindi di attuare i progetti di riqualificazione, ampliamento e rinnovamento che gli imprenditori che insistono su quel quadrante urbano, compresi quindi i gestori del Delfinario, vorranno intraprendere.

Questa è la via più seria e efficace che un Ente pubblico può garantire oggi, a tutela della città, dei cittadini, delle imprese. Ogni altra strada, magari ipotizzata anche in buona fede, non reggerebbe l’urto della verifica da parte degli organi competenti, aggiungendo dunque non solo confusione a confusione, ma danno a danno.

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