Chi salverà le spiagge italiane dalle invasioni barbariche?

baraldiQualcuno, di cui non ho segnato il nome, ha consegnato ad Emiliano Favilla questo commento, scritto da una scrittrice Barbara Baraldi, tratto dal blog omonimo http://hotmag.me/barbariche/, in pieno stile donnedamare.

 

“Non amo parlare di politica. La mia vita è raccontare storie. Ed è così che scelgo di commentare una legge europea che rischia di cambiare per sempre la storia delle spiagge italiane e di colpire duramente chi vive e lavora sul mare.

Scrivo questo articolo da Forte dei Marmi, dove ho presentato i miei libri per ragazzi. Questo per alcuni è un posto per vip, dove si fa bella mostra dell’automobile e dello yatch. Per chi ama la natura, il mare e i suoi colori, una spiaggia che lascia il segno e toglie il fiato. La linea dorata della sabbia si specchia sul mare, dove al tramonto si tuffa il sole. Dalla parte opposta, le montagne mostrano venature di marmo e sono sempre accarezzate da bianche nuvole soffici. La spiaggia è ben curata, accogliente e, oggi, prestigiosa. Ma non è sempre stato così.

Parlo con Sergio, proprietario di uno degli stabilimenti e portavoce del Comitato contro l’attuazione di una legge che rischia di spazzare via il lavoro di una vita. Mi racconta dei suoi genitori, che l’hanno aperto nel 1946, con le ferite della guerra ancora sanguinanti. All’epoca, lui era un bambino ammalato di difterite. Il medico disse che per salvarlo dovevano farlo vivere sul mare. E così il padre, un falegname che aveva sempre vissuto in campagna, e la madre che raccoglieva il carbone nelle cave in montagna, decisero di indebitarsi per comprare uno stabilimento balneare. Allora il turismo era riservato a una ristretta élite, non c’erano strutture né soldi e non c’era l’abitudine alla villeggiatura.

Ma a volte si decide di credere in un sogno.

E così i genitori di Sergio, come stavano facendo altri, iniziano a bonificare la zona. Un lavoraccio, perché sulla spiaggia si doveva camminare con gli zoccoli a causa dei rovi, gli “spraccallocchi”, detti così perché, se li pestavi, ti facevano spalancare gli occhi. Il padre di Sergio non era uomo di mare e per costruire dei remi, che oggi sono ancora visibili nell’area ristorazione, osservò quelli dei pescatori. Anche le cabine le costruì con le sue mani. Diciotto, unite a pochi ombrelloni. I pochi clienti degli esordi venivano chiamati “signori”. Poi, le cabine raddoppiano e i sacrifici cominciano a dare i frutti: la tenacia del lavoro dell’uomo trasforma l’ambiente senza deturparlo, la gentilezza fa tornare i “signori”, anno dopo anno. Per Sergio, un sogno da lasciare ai suoi, di figli, che oggi lavorano nello stesso stabilimento. Ma un sogno portato avanti con coscienza: l’articolo 37/2 del codice della navigazione sanciva il diritto di insistenza, continuità e prelazione a chi aveva investito tempo e fatica sul mare. Alla fine degli anni Ottanta, Sergio vende l’albergo e l’annessa stazione di servizio costruito negli anni Sessanta (“ho lavato automobili per cinque anni per costruirlo” ricorda). Per continuare a lavorare sul mare, con i suoi sulla soglia della pensione, per continuare la tradizione della famiglia, investe tutto nello stabilimento balneare. Sicuro della tutela della legge, come molti altri ha costruito la sua casa sullo stabilimento. Mi sono guardata intorno, e a una parete ho trovato un certificato risalente a metà degli anni Settanta, in riconoscimento di quella volta che, in mare, Sergio stava perdendo la vita per salvare quella di alcuni bagnanti in balìa del mare forza otto: una belva affamata capace di spezzare le imbarcazioni di salvataggio che cercavano di avvicinarsi. Cinquanta infiniti minuti per tenere in vita il bagnante che si era allontanato di più. Alla fine tutti sono stati salvati.

Pochi metri attraverso la spiaggia e incontro Martina, figlia del proprietario di un altro bagno. Mi racconta che i suoi ricordi di bambina sono tutti sul mare. Col fratello aspettava che i figli dei turisti uscissero dai ristoranti, per fare amicizia. Come è avvenuto con me, quest’anno. Suo padre mi parla della legge Bolkenstein, e della procedura avviata contro lo Stato italiano in nome del libero mercato. La legge vuole abolire il diritto di insistenza, togliendo alle famiglie che hanno addomesticato il mare il diritto di prelazione. Sulla carta la legge parla di democrazia: tutti hanno il diritto di usufruire di un bene pubblico. Molti la vedono in modo diverso.

Un bene pubblico non può essere affidato a privati, ma che dire di un terreno affidato a famiglie che hanno investito tempo, soldi e fatica per trasformarlo? “Questo è un bene pubblico che è stato affidato a persone che hanno trasformato un terreno in un’industria. Oggi della situazione di benessere e ricchezza che si è venuta a creare ne beneficiano tutti in città, ed è vanto e prestigio italiano anche all’estero” afferma Sergio. E allora dico: mi sta bene il libero mercato, ma esiste anche il diritto di “peculiarità” che serve a mantenere intatte le tradizioni di una zona. Come avviene per la gastronomia: non può essere marcato “prosciutto di Parma” qualcosa creato altrove.

Non posso fare a meno di chiedermi perché nessuno stia muovendo un dito per salvaguardare il lavoro e gli investimenti di tante famiglie, e la peculiarità delle nostre spiagge. Non è una storia che riguarda solo Forte dei Marmi. Questa è la storia di tutta l’Italia del mare. Il ministro Calderoli ha ottenuto dal governo una proroga per l’attuazione della legge fino al 2015 (sarebbe entrata in vigore nel 2012). Se nemmeno allora la politica interverrà, potrebbe esserci una multinazionale a gestire lo stabilimento balneare a Cattolica, dove ho passato la mia infanzia. E magari Forte dei Marmi sarà terreno fertile per il business del riciclaggio del denaro sporco in mano alle mafie.

E un tesoro di tradizione si spegnerà come il sole, al tramonto, nel mare.”

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