Demanio alle multinazionali: per chi non ha capito

Da Mauro Molari
ROMA – Comincia a prendere forma il decreto sblocca-Italia o almeno alcuni dei pezzi che lo compongono. Una riunione di coordinamento complessiva e finale si terrà a Palazzo Chigi lunedì 25 agosto, al rientro dalla pausa estiva, ma in queste ore sono numerosi i testi che vengono scambiati fra la Presidenza del Consiglio e i singoli ministeri dopo l’incontro degli uffici legislativi di venerdì scorso. Se alle bozze che circolano non è possibile dare ancora il valore del testo compiuto, in molti casi si comincia a definire un orientamento attuativo delle linee guida, assai vaghe, annunciate da Matteo Renzi il 1° agosto.

Su demanio e partecipate, per esempio, appare chiaro dai testi di questi giorni lo sforzo di ridare spazio a soggetti privati per attrarre nuovi capitali e nuove energie imprenditoriali. Per il demanio si parte dal bilancio impietoso che «le attuali procedure di dismissione e valorizzazione hanno mostrato di non produrre risultati concreti» e che «vi sono molti beni pubblici non utilizzati per i quali sarebbe possibile trovare investitori interessati se essi fossero messi sul mercato a condizioni accettabili». Si pensa quindi a «progetti di sviluppo» su aree pubbliche date in concessione o in diritto di superficie a due tipologie di soggetti promotori: i fondi comuni di investimento immobiliare o «soggetti imprenditoriali stabiliti nella Ue che abbiano forma unitaria e che possono documentare di aver condotto a termine nei sette anni precedenti alla data di entrata in vigore del presente decreto almeno una operazione di valorizzazione o di sviluppo immobiliare di importo almeno pari a quella di cui allo studio di fattibilità richiesto». Lo studio di fattibilità darebbe il via all’iter: sul modello del promotore infrastrutturale, dovrebbe definire tutti gli interventi proposti, le risorse, le volumetrie, gli investimenti, la durata della concessione o del diritto di superficie e dovrà comunque escludere ricadute di finanza pubblica. Il promotore dovrà prevedere come controvalore del periodo di concessione o del diritto di superficie «un predeterminato stock di alloggi di edilizia pubblica trasferiti gratuitamente all’ente locale». Si ipotizza nel testo anche la partecipazione di Cassa depositi e prestiti o della Cdp Investimenti Sgr, con modalità tutte da definire.

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Gli interventi
Il testo contiene anche un pacchetto cospicuo di semplificazioni per sveltire le procedure di cessione degli immobili della Difesa e due norme che vorrebbero facilitare la dismissione di beni demaniali: l’esonero dall’obbligo di rendere in sede di atto di compravendita la dichiarazione di conformità catastale a pena di nullità dell’atto e la possibilità di acquisire l’attestato di prestazione energetica (Ape) in un momento successivo agli atti di trasferimento dell’immobile.

Rilancio delle privatizzazioni anche per le società partecipate dagli enti locali, in particolare nei settori del trasporto locale e dei servizi igienici e ambientali. Operazioni da compiere entro il 31 dicembre 2015, dice il testo. Due le vie maestre: la quotazione in Borsa di almeno il 60% del capitale oppure la scelta con gara di un partner industriale qualora l’ente locale decidesse di tenere il 50,01% delle azioni e di collocare una quota minoritaria in Borsa (al partner andrebbe la quota restante). La quotazione in Borsa è comunque il perno dell’operazione anche per le condizioni di trasparenza che darebbe alle operazioni.

L’incentivo principale (oltre a una serie di misure fiscali allo studio) che il governo offre sarebbe soprattutto il prolungamento della durata della concessione che le bozze circolanti estendono fino a 22 anni e sei mesi, il limite massimo consentito dalla Ue con il regolamento 1370/2007 (relativo in realtà al solo trasporto locale). La relazione garantisce il rispetto dei principio comunitari. Le bozze quantificano in 10 miliardi l’aumento del valore delle «società quotande» di questi settori qualora tutti gli enti locali interessati aderissero alla strada ipotizzata. Altri vantaggi sarebbero «il rafforzamento dimensionale dell’aggregato industriale» e soprattutto nel Tpl «la quotazione in Borsa favorirebbe la creazione di player regionali che potrebbero anche procedere rapidamente all’interazione ferro-gomma che stenta a decollare».

Per la gestione dei rifiuti non manca una sorpresa non di poco conto sul lato della fiscalità locale: con l’obbligo di definire ambiti territoriali ottimali almeno su scala provinciale – contenuto nel testo – il governo dovrebbe riformare anche la Tari, la tassa sui rifiuti che oggi ha una competenza esclusivamente comunale. Nelle intenzioni dell’Esecutivo, con gli Ato per la gestione dei rifiuti urbani e assimilati, delimitati secondo i piani regionali, si proverà, tra l’altro: a superare la frammentazione con una gestione integrata dei rifiuti; determinare adeguate dimensioni gestionali sulla base di parametri fisici, demografici, tecnici e sulla base delle ripartizioni politico-amministrative; valorizzare le esigenze. Gli Ato, inoltre, nei 5 anni successivi alla loro costituzione dovranno raggiungere l’autosufficienza di smaltimento anche ricorrendo alla cooperazione e al collegamento con altri soggetti pubblici e privati.

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