La mia Prima foto: il racconto di Donatella Borghesi sulla storia dei bagni in Versilia

SCNR003Donatella Borghesi, amica di Daniela Frangioni, ricostruisce attraverso questa bellissima testimonianza un po’ il sapore delle diverse epoche della storia dei bagni in Versilia.

Ringrazio la gentilissima Donatella per il bel racconto, che ben si adatta a descrivere la vita negli stabilimenti balneari italiani, estremamente eterogenei e diversificati, ma ognuno di essi scanditi dalla stessa routine, dei piccoli mondi antichi, non certo per le strutture, ma per quanto riguarda i sentimenti e dove si vive ancora in un clima a misura d’uomo.

La mia prima foto è stata fatta sulla spiaggia di Viareggio. Una foto in bianco e nero, di cartoncino pesante con i bordi frastagliati, e la data scritta a matita sul retro. La mia mamma mi solleva verso il cielo con il più smagliante dei suoi sorrisi, io invece sono un po’ corrucciata, forse infastidita dal sole troppo forte per i miei occhietti di pochi mesi. Sono nuda, tranne la fascia che mi stringe alla vita. Era il dopoguerra, riprendere la vita normale era la felicità assoluta. Ed era importante testimoniarla con uno scatto fotografico, che doveva essere solenne, un po’ teatrale. Come i tanti scatti dei miei genitori in passeggiata – quella lunga strada a mare di tre chilometri costeggiata di basse palazzine Liberty e Déco che è la piazza e l’anima di tutti i viareggini. Loro sono belli ed eleganti come due divi del cinema americano, lei i lunghi capelli mossi alla Rita Hayworth, lui con il sorriso beffardo di Clark Gable. Poi, ecco, rispuntano dalla scatola di latta altre mie foto, a segnare gli anni: sotto l’ombrellone al bagno Maurizio, mi tengo per mano con Mariella, siamo quasi coetanee, amiche figlie di amiche. Abbiamo tutte e due il costumino di lana con le bretelle, quello che pizzicava di sale dopo il bagno, una vera tortura, e una pettinatura uguale, un po’ a scodella, con la scriminatura perfetta e la mollettina che ferma i capelli da un lato. Il mio costume è chiaro e il suo è scuro, ma siamo identiche. E poi ecco, sono con mio fratello, tutti e due sulla spiaggia a cavalcioni dell’elefante di cartapesta, il mare dietro, lo sfondo eterno delle nostre lunghissime estati a casa della nonna. Io ho i capelli fermati col cerchietto, e ancora il costume di lana, quella maledetta lana… E poi, eccomi anch’io in passeggiata, con un vestito fiorito di voile, i calzini e le scarpette bianche, in posa accanto a un grande cane dalmata, allora una vera rarità, si chiamava “arlecchino”.

 

L’estate girava attorno allo stabilimento balneare, al “bagno”, che veniva prenotato di anno in anno. Lì si ritrovavano gli amici, lì si facevano nuovi incontri, lì si stava a giocare accoccolati sotto le sdraio, con il sottofondo rassicurante delle chiacchiere materne. Lì la sera, i “grandi” si ritrovavano per riti a noi piccoli ancora segreti, e li guardavamo con invidia e timore. Noi potevamo solo fare lunghi bagni, giocare a biglie, mangiare i “bomboloni belli caldi” che arrivavano a metà mattina sulla testa delle donnone con il grembiule bianco. Oppure fare estenuanti camminate a pancia in giù nella penombra sotto le cabine, dove la sabbia fresca dava frescura nelle ore più calde, perché allora ci proibivano di bagnarci dopo pranzo. Erano incontri ravvicinati con gli scarabei, raccolte di tesori inestimabili fatti di conchiglie, legnetti, pezzi di corda… Non facevamo un granché, non c’erano ancora gli animatori, i parchi gioco, gli scivoli. L’unico evento era quando il sabato arrivava il babbo, e si andava in patino e lì, nell’acqua fonda e scura, si imparava a nuotare. Poi i primi amori immaginari, le attese con il cuore in gola quando passava quel ragazzo che ti piaceva tanto… Le ripicche di bambine, le piccole gelosie, le sgridate: allora le mamme erano noiosissime, così formali, casalinghe perfette, anche se erano bellissime con le loro ampie gonne a corolla, i sandali capresi e le cuffie da bagno come Ester Williams. Ma quello che ricordo di più è lo struggimento felice di quell’estate che cominciava a giugno e finiva a settembre. Un’estate ordinata nell’architettura del bagno versiliese tutto di legno, che ogni anno veniva ridipinto di fresco, rimesso a nuovo per noi. Era una sorta di patio all’aperto, una comunità morbida e rassicurante pronta ad accoglierci.

 

Eccola, adesso, una foto dei ruggenti Sessanta, ancora in bianco e nero, ma questa volta lucida, con il bordo squadrato. Sono adolescente, i jeans con il risvolto e le ballerine blu, una camicetta col collo alzato, gli occhiali scuri un po’ a gatta e una pettinatura che ricorda quelle della giovane Mina che cantava già alla Bussola. Lo scatto l’aveva fatto la zia Bianca, la più mondana e intraprendente della famiglia. Fantasticavamo insieme di andare al concerto di Paul Anka: «You are my destiny…». Sono appoggiata alla balaustra del corridoio dello stabilimento balnerare e l’aria di chi si prende molto sul serio, ho tutta la vita davanti. Sono diventata una milanese, una che si tiene un po’ fuori, a latere. Non condivido l’innocente risata sgargiante delle viareggine doc, io lo sono solo a metà. È l’ultima foto di un’epoca, perché per me comincia presto la stagione della fuga dalla cuccia calda, dall’infanzia. Ho voglia di spiagge libere, di dune con i gigli selvatici, di scorribande con la jeep targata MI. Ho saltato il tempo della rotonda sul mare, del ballo “a mattonella”, del brivido dell’amore sulla spiaggia con la sicurezza della civiltà a pochi metri. A volte ho nostalgia di quell’occasione perduta, irripetibile. Ma si avvicinava il 68, e la mia entrata nella giovinezza passa per le metropoli, per le isole greche, per i deserti del Marocco. A Viareggio sarei tornata solo ogni tanto per trovare un momento di quiete, una sospensione neutra tra un’esperienza e l’altra. E qualche volta per leccarmi le ferite.

 

Nella grande scatola di latta delle foto c’è un salto temporale di quasi vent’anni per ritrovare delle immagini di Viareggio, della Versilia, dei suoi fantastici bagni. E quando le ritrovo è uno choc: sono foto a colori, realistici, quotidiani. Quasi banali. Si è persa tutta la poesia del bianco e nero, quando il colore potevi solo immaginarlo. Ma è la mozione degli affetti che te le fa amare lo stesso, perché al centro di queste foto c’è ormai la mia bambina. Che passa metà delle sue vacanze estive a casa della nonna! Stesso mare ma non stesso bagno: dopo la diaspora dal Maurizio la mia famiglia è approdata a Il Sole, uno dei primi stabilimenti della passeggiata ad aver costruito la piscina: è il periodo delle prime denunce ambientaliste, i battelli di Lega ambiente cominciano a dare i voti alle spiagge basati sul tasso di inquinamento dell’acqua. Quella piscina in riva al mare era una bestemmia per i vecchi viareggini, ma rispecchiava i tempi, e per i bagnanti faceva tanto status symbol. Al Sole lavorava mia cugina Cinzia, sportivissima insegnante di nuoto: quale occasione migliore per la piccola Camilla? Di estate in estate mia figlia divenne così brava che si iscrisse in città a un corso di nuoto sincronizzato. Il padrone del bagno si chiamava Marino ed era un vecchio lupo di mare. Vecchio si fa per dire: si era ritirato dal mare, si era sposato e aveva costruito una famiglia attorno a quel bagno e come tanti altri che facevano il suo lavoro, viveva nella casetta bassa all’inizio dello stabilimento. La più felice di tutte era mia madre, che aveva ricostruito un circolo femminile, questa volta di nonne: chiacchiere, gelato e canasta. Esibiva fantastici sandali con pietre luccicanti e camicette coloratissime di Ken Scott. Io arrivavo per il fine settimana, e mi sottoponevo alle regole della società versiliese, scocciata di non potermi togliere il reggiseno. Mi consolavo diventando nerissima in due giorni con un prodotto formato weekend, pensato per le donne che lavorano. Credo non ci sia più, doveva essere altamente nocivo… Passano gli anni e il topless è sdoganato anche in Versilia, ma io non me ne rendo quasi conto, mia figlia è cresciuta e a Viareggio non ci vuole più andare. Non ricordo nemmeno a quanti anni mi disse che sì, qualche giorno a trovare la nonna, e poi via con gli amici. E quando passavamo di là, scappavamo alla spiaggia libera verso Vecchiano. Con una punta di senso di colpa ripenso al dolore di mia madre per la figlia e la nipote crudeli, ma non si era persa d’animo, e si era messa a girare per il mondo: Bali, Egitto, Messico, perfino Lapponia, a vedere il sole di notte.

 

L’inconfondibile sky-line della Versilia riappare all’improvviso quindici anni dopo, non più nella scatola di latta ma sullo schermo del computer. Sono le foto di Fosca, due anni appena compiuti: ha paura e si stringe forte al collo del nonno, ma poi ride gorgogliante. Sono state scattate in una piscina grandissima lastricata di mosaico azzurro, con al centro un grande sole. Ho portato la mia nipotina ad annusare il mare della mia infanzia, questa volta al Bagno Imperiale di Lido di Camaiore. È il regno della mia amica Daniela, che con polso da “resdora” viareggina ha messo marito e figli a lavorare all’impresa di famiglia. File di ombrelloni perfetti, un ristorantino sulla rotonda per il lunch (il cuoco è il marito della figlia Francesca), corsi di acqua gym nella piscina fiore all’occhiello. L’accoglienza della vecchia tradizione familiare si sposa con le nuove regole del business, non c’è contrasto. Sono tutti sorridenti, abbronzati, vestiti di azzurro, e soprattutto efficientissimi. Una famiglia-impresa allegra e ironica. Ma c’è un di più: accanto al bagno Daniela ha costruito la sua casa, ce la mostra orgogliosa. Una casa sul mare! Mi assale la nostalgia per quanto ho perduto, per quello che non ho vissuto. Una famiglia felice attorno a un progetto, a un sogno diventato realtà. Resto poco, sono di passaggio, devo ripartire, mi aspetta un’altra città europea dove vive Camilla, devo riportarle la bambina. E poi ricomincerò i miei vagabondaggi alla ricerca impossibile della Toscana perfetta, tra casali bolgheresi e borghi maremmani. Daniela mi dice: ritorna quando vuoi, sì, sì, verrò. Non ci sono ancora tornata (ma ci andrò presto).

 

Intanto, è arrivato l’ultimo, imprevisto weekend in Versilia. Sei mesi fa l’amica Ilaria, grande donna lucchese e grande cuoca, è anche lei diventata nonna. Devo andare a trovare Bettina, ho preparato un pacchetto con un vestitino leggero di lino bianco e due scarpette di vernice nera. È un pomeriggio tiepido di giugno, mi emoziono quando entro sul viale a mare, le palme a scandire i passaggi per i bagni. L’appuntamento è al bagno Milano. Un nodo alla gola mi ricorda che non metto piede sulla sabbia di Viareggio da quando non c’è più mia madre. Ma poi mi prende una strana leggerezza, quasi un’euforia infantile. La spiaggia dorata è lunghissima, curata, la passerella di legno mi accompagna con facilità all’ombrellone dove devo andare. Mi accorgo di muovermi con sicurezza, sono tornata a casa. Mi viene incontro Giorgio, l’amico di sempre. Poi la festa per la bambina che dorme in carrozzina, già ambrata dal sole. Un bagno fresco, e arrivano i ragazzi con un aperitivo. Chiacchiere rilassate, siamo (quasi) felici, qui si può invecchiare dolcemente. Lasciamo il mare al tramonto, ci aspetta una pasta alle alici nella loro casa appena attraversata la strada, nel quartiere Marco Polo. Giorgio mi dice se voglio fare la doccia in cabina, c’è anche l’acqua calda. Inorridisco all’idea, io che sono un po’ pauperista, o forse solo snob. Ma certo mi sembra uno spreco, un’esagerazione: non siamo forse in piena crisi economica e di sistema? Ma perdono tutto, e mi lascio andare a una serata che mi riconcilia con il tempo passato.

 

Davvero dobbiamo perdere tutto questo?

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