Magdi Allam su “Il Giornale” spiega il gesto estremo di Marcello Di Finizio

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Di Magdi Cristiano Allam
(Il Giornale) – “Il mio posto è ormai sulla Cupola di San Pietro. Piuttosto che sottomettermi alla loro strategia di logoramento e di istigazione al suicidio, preferisco morire qui”. Al telefono Marcello Di Finizio, imprenditore balneare triestino che per la quarta volta è riuscito a salire sulla vetta della Basilica del Papa, chiarisce le ragioni di una scelta estrema: “Siamo alla fine. Finora ho lottato inutilmente per far sentire la mia voce al Palazzo. Sono il primo che faranno fuori. Nel giro di un paio di settimane venderanno la mia casa e la mia concessione. Sarò veramente un fallito, buttato in mezzo alla strada come un morto di fame. Eppure avevo uno straordinario stabilimento e un’attività florida”.Di Finizio denuncia la criminalizzazione attuata da parte dello Stato: “Roma non aveva gli estremi per darmi un foglio di via vietandomi di accedere alla capitale. Mi hanno schedato come un delinquente ma il Vaticano non mi ha mai denunciato. Circa tre mesi fa mi hanno persino fatto un foglio di via da Bibona, in provincia di Livorno, scrivendo che sarei pericoloso per la società. Ma in che razza di Stato viviamo?”. E poi la decisione definitiva: “Io da qui non scenderò mai più. Se scendo diventerò pane per i loro denti. Loro usano sistematicamente una strategia per togliere alla gente la forza, indurli alla rassegnazione fino a istigarsi al suicidio. Ebbene io non mi suiciderò. Piuttosto preferisco farmi uccidere”.Ho conosciuto in diverse occasioni Di Finizio. È un uomo mite e determinato. Guai a immaginare che stia protestando per dei problemi personali. Difende la causa di circa 30 mila imprenditori balneari che nel dicembre del 2015, sulla base della Direttiva Bolkenstein emanata dall’Unione Europea nel 1996 per liberalizzare i servizi, saranno costretti a mettere all’asta le loro proprietà (stabilimenti, ristoranti, bar e alberghi), che sorgono su un terreno demaniale per cui pagano delle concessioni anche stratosferiche. Questa Direttiva non riconosce il fatto che prima ancora di essere dei servizi, sono dei beni creati con il sudore della fronte di generazioni di italiani onesti a cui lo Stato ha dato un’opportunità e ha ordinato loro di costruire e di ammodernare delle strutture che a tutti gli effetti sono urbanizzate, disponendo degli stessi servizi e pagando le stesse tasse che gravano su una struttura similare costruita alle spalle degli stabilimenti balneari. Questi piccoli imprenditori hanno acceso dei mutui e continuano a saldare dei debiti a ridosso della fatidica data del dicembre 2015, che è stata fatta slittare al 2020 dal Parlamento italiano, ma per l’Unione Europea resta valida la scadenza del 2015. Se consideriamo che questi imprenditori balneari danno lavoro a 300 mila stagionali, producono ricchezza per 225 miliardi di euro all’anno (compreso l’indotto), pari al 15% del Pil, si comprende l’impatto devastante che si avrebbe nel momento in cui tutto ciò dovesse essere messo all’asta a beneficio della speculazione finanziaria globalizzata.Contro la Direttiva Bolkestein e la prossima esecuzione della condanna a morte di 30 mila imprenditori italiani si è mossa l’Associazione Salviamo gli Italiani con un esposto-denuncia elaborato dall’avvocato Domenico Ricci che è lui stesso un imprenditore balneare. Di fronte all’indisponibilità dei burocrati dell’Unione Europea a scorporare la realtà degli imprenditori balneari dall’ambito di pertinenza della Direttiva Bolkestein, anche considerando che le spiagge in Italia (complessivamente 7.375 km di cui solo un migliaio occupato dagli stabilimenti) non sono un bene limitato, la sola via d’uscita è la sdemanializzazione del terreno su cui sorgono gli stabilimenti, prendendo atto che sono a tutti gli effetti un’area urbanizzata. In Italia l’ostacolo sono la sinistra, che grida contro la “svendita delle spiagge”, e le cooperative rosse che aspirano a fagocitare gli stabilimenti messi all’asta, ripartendosi il bottino con i capitali arabi, russi e cinesi.Grazie a Di Finizio per un atto eroico contro l’esproprio disumano e illegittimo delle proprietà di 30 mila piccoli imprenditori e per il diritto alla vita, alla dignità e alla libertà di tutti gli italiani. 

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